Con la relazione del Segretario regionale, Francantonio Genovese, si è aperta, ieri pomeriggio la Direzione regionale del Partito Democratico. All’ordine del giorno la situazione politica, gli effetti della crisi finanziaria in Sicilia, la campagna per il tesseramento 2009, l’esame bozza statuto, l’approvazione regolamento per il Congresso.
Questo il testo integrale della relazione:
"Il nostro partito sta attraversando un momento molto intenso sul piano del confronto interno, molto impegnativo nell'azione di contrasto alle determinazioni del governo nazionale e molto travagliato per l'insieme delle problematiche che emergono dalle varie realtà territoriali.
In questo quadro, è stato certamente utile il confronto che si è sviluppato nell’ultima riunione della Direzione Nazionale, nel corso della quale è stata valutata la situazione politica, ma soprattutto si è esaminato senza ipocrisie lo stato di salute del partito.
Da quel dibattito è emerso con chiarezza che talune questioni problematiche – dall’ancora non avvenuta fusione tra le due principali anime del partito alla negativa influenza delle correnti, dal mancato compimento del processo di radicamento nel territorio alla difficoltà nel convenire regole condivise per favorire l’emergere di una nuova classe dirigente – sono presenti a tutti i livelli sia pure con qualche differenza tra le varie realtà regionali.
Questo, ovviamente, non ci conforta, né ci serve da alibi per i ritardi o le eventuali mancanze di cui dobbiamo farci carico con senso di responsabilità, ma potrebbe certamente servire ad evitare inutili processi alle intenzioni e stimolare, invece, tutti noi ad imprimere una forte accelerazione tanto alla imminente stagione congressuale, quanto alla definizione di una linea politica e di condotta parlamentare quanto più possibile largamente condivise.
Il dibattito politico in questa regione è stato animato – nel mese scorso – da un fatto certamente imprevedibile per una maggioranza larghissima come quella del centrodestra all'ARS, ma certamente normale in una democrazia parlamentare.
Il fatto – come è noto a tutti – è che il contributo del gruppo parlamentare del PD è risultato decisivo per l'approvazione di alcuni significativi provvedimenti di legge.
Non credo sia necessario soffermarsi sul contenuto delle deliberazioni in questione se non per sottolinearne l'assoluta opportunità, seppure con qualche distinguo in merito, ad esempio, alla soglia di sbarramento prevista per le elezioni amministrative. Quel che conta è che – malgrado i numeri vantati sulla carta da PDL, UDC ed MPA – senza il voto favorevole o la presenza in aula dei deputati del PD questi provvedimenti non sarebbero passati. E già questo potrebbe bastare per valutare la bontà degli stessi.
Non vi è dubbio che un partito che si definisce riformista debba avere tra le proprie finalità quella di contribuire – anche dai banchi dell'opposizione – all'adozione di leggi capaci di creare discontinuità con le scelte del passato e di determinare le condizioni per una più efficiente, efficace ed economica organizzazione della cosa pubblica, specie in un momento in cui i siciliani sentono il peso sempre crescente della crisi economica dilagante e non sembrano più disposti a tollerare sprechi, inefficienze ed ingiustificati privilegi.
Su questo aspetto della vicenda politica attuale credo si possa essere ampiamente d'accordo.
E' un altro il punto su cui dobbiamo evitare che si aprano pericolosi equivoci.
Sono passati poco più di otto mesi da quelle elezioni regionali alle quali il PD ed altre forze del centrosinistra si sono presentati con un candidato ed un programma alternativi a quelli del centrodestra.
Il risultato è stato a noi decisamente sfavorevole, collocandoci in seno all'ARS come unica – seppure grande – forza di opposizione.
Le regole della politica sono semplici e chiare: chi vince governa e chi perde svolge un ruolo diverso – ed altrettanto importante – di controllo e di proposta.
Ho motivo di ritenere che nessuno dei nostri deputati all'ARS abbia oggi – o abbia mai avuto – l'aspirazione di fare da ‘stampella’ ad un governo che dimostra sempre più palesemente di non avere i numeri per governare.
Partendo da tale convinzione, credo che questo messaggio debba passare in maniera chiara e decisa, perchè non possiamo permetterci di dare un'impressione diversa – e certamente sbagliata – ai nostri sostenitori, ai nostri elettori e, più in generale, ai siciliani.
Sono personalmente convinto – e credo di non essere il solo – che chi ha vinto le elezioni regionali non debba essere osteggiato pregiudizialmente, ma non debba nemmeno essere ‘soccorso’ in caso di difficoltà di natura politica.
D’altra parte, la storia – anche recente – dei ‘ribaltoni’ siciliani dovrebbe averci insegnato a diffidare di certe situazioni apparentemente favorevoli.
Certo, oggi la situazione è diversa: non ci sono risorse da spendere, ma spese da tagliare. E nessuno sembra disposto a scontentare i propri elettori ed i propri sostenitori in nome del risanamento economico e morale della politica e dell’amministrazione regionale.
Il punto è che Lombardo e il centrodestra non riescono a governare una situazione in fibrillazione. Hanno inutilmente sperato nella generosità del governo Berlusconi, ma questo - a parte il grazioso omaggio di 140 milioni di euro al comune etneo - invece di farsi cario dei problemi della Sicilia, ha tolto anche quelle risorse che erano state destinate all'isola dal governo Prodi.
Il governo regionale si muove in un corridoio stretto fra la gravosa eredità di Cuffaro e le casse semivuote: può fare solo qualche taglio alla spesa, ma nemmeno questo gli è consentito dai partiti alleati che vedono i tagli come un attacco alle loro posizioni elettorali e di potere. Ed allora tenta di rimescolare le carte tra appelli agli uomini di buona volontà e la bizzarra teoria delle geometrie variabili.
Si pone, allora, innanzi a noi l’esigenza di discutere senza reticenze, di confrontarci senza pregiudizi, di trarre conclusioni senza riserve, ma anche di procedere senza furbizie.
In altre parole, occorre chiarezza e senso di responsabilità da parte di tutti noi per evitare che si superi la sottile linea di confine tra la collaborazione in nome del riformismo e l’inciucio sottobanco.
Sul rapporto col Governo Lombardo, su possibili alleanze, convergenze, percorsi comuni su tematiche specifiche, è necessario, quindi, dire parole chiare senza sottintesi, ammiccamenti, messaggi trasversali.
Il ruolo di un’opposizione di Governo non consiste nel rifiutare in linea di principio ogni sua proposta. Piuttosto, ove possibile, di correggerla, migliorandola, semplificarla, porla al riparo da impugnazioni e ricorsi. Ovvero approvarla se il contenuto, la forma, gli obiettivi vengono condivisi.
L’esercizio di questo ruolo non significa né alleanza né convergenza. Significa esprimere al meglio un’azione di dialogo che non intacca singole identità, valori e programmi, nell’interesse dei cittadini.
Altra cosa è in modo trasparente mettere insieme alcuni obiettivi comuni di governo ed alcune azioni necessarie per raggiungerli. Anche in questo caso non c’è alleanza quanto piuttosto una forma di convergenza e collaborazione che per definizione deve realizzarsi con un doppio scambio.
Esistono oggi in Sicilia tematiche come la sanità, l’utilizzo dei fondi europei, la riforma della burocrazia, il sostegno ai ceti disagiati, il rapporto con le Università, il dramma del precariato, le iniziative sul credito sulle quali è difficile intravedere disegni alternativi, impostazioni tra loro opposte.
Lavorare insieme su queste tematiche non rappresenta cedimento, contaminazione, coinvolgimento consociativo se tutto questo avviene alla luce del sole, viene comunicato ed affidato a soggetti che apportano competenze e non s’impegnano solo alla ricerca di potere.
In cosa differisce questo metodo dal primo? Nella bi-univocità dello scambio: non si tratta più di emendare, correggere, aggiungere o sopprimere parti di un documento già predisposto. Si tratta di costruire insieme quel documento.
Questo si traduce in un’alleanza contro il volere degli elettori? No. Questa è politica non immiserita da pregiudizi, ma continuamente tesa ad elaborare soluzioni ottimali.
Si può guardare alla questione sotto altro aspetto.
Giovano poco alla chiarezza e, quindi, alla tenuta del partito interventi parlamentari ‘spot’ su singoli provvedimenti, articoli, commi. Serve più una progettazione corale - se è necessario a due mani - che al costo di quello che può essere avvertito come cedimento rispetto a posizioni ideologiche e programmatiche ben distinte, offra il beneficio di una soluzione. Che non è una soluzione alla quale si contribuisce con una virgola; ma è una soluzione, coerente al programma ed all’analisi del partito, che si afferma in assenza di altre elaborazioni.
Un programma minimo che governi l’uscita della crisi, la messa in opera di buone pratiche, la definizione di priorità di intervento. Oltre che reciprocità di colloquio su questioni come il federalismo, sul quale - a fronte di idee precise di altri partiti - il nostro è come se fosse ancora alla ricerca della strada più agevole per convincere tutti della sua bontà.
Né alleanze statiche dunque, né consociativismi occasionali, né geometrie variabili, ma convergenze su programmi concisi centrati su un principio di base: rivalutare l’immagine della Sicilia, migliorare la produttività del suo sistema economico, innalzare i parametri dell’infrastrutturazione, creare capitale umano e sociale.
Sulla scorta di queste riflessioni e di quelle – come sempre stimolanti – che scaturiranno dal dibattito odierno, auspico che si possa giungere alla stesura ed all’approvazione di un documento politico che chiarisca in maniera netta su quali temi, con quali priorità e con quali invalicabili confini, si potrà articolare il rapporto tra il PD ed il governo regionale.
E tra gli argomenti su cui porre la massima attenzione credo debba avere uno spazio rilevante anche la riduzione dei costi della politica, argomento sul quale si è soffermato anche Walter Veltroni nel suo intervento alla Direzione Nazionale.
Non possiamo, infatti, limitarci a chiedere agli Enti Locali di ridurre apparati e compensi, ma dobbiamo impegnarci seriamente perché si riducano il numero, le indennità ed i vari privilegi anche dei parlamentari nazionali e regionali. Dobbiamo farlo per un obbligo morale, ma soprattutto per evitare che si recida definitivamente il sempre più debole rapporto di fiducia tra il mondo politico (o, per meglio dire, dei politici) e quello reale.
La riunione di oggi, ponendo all’ordine del giorno argomenti come il tesseramento, lo statuto ed il regolamento congressuale, rappresenta un passaggio importante, direi decisivo, nel cammino verso la effettiva costituzione di questo nuovo soggetto politico.
Sappiamo che si è trattato di un percorso non sempre facile, perché si è sviluppato in un arco di tempo costellato di appuntamenti elettorali, di momenti di aspro confronto interno, di legittime preoccupazioni per il futuro del partito.
Oggi siamo, quindi, giunti al momento delle scelte attraverso le quali si potrà concretizzare il desiderio da tutti espresso di portare a compimento la fase di ‘start up’ di questa nuova forza politica. Siamo arrivati al dunque, cioè al momento in cui vanno codificate le regole attraverso le quali si potrà dare avvio ad una nuova stagione della vita del PD siciliano.
E su questo punto, ritengo opportuno fare qualche considerazione.
Nell’Assemblea del luglio scorso, fatta l’analisi del risultato elettorale e delle sue dinamiche, avevo chiaramente affermato di aspirare alla conduzione di questo partito fino al suo primo appuntamento congressuale al fine di evitare momenti traumatici, sicuramente pericolosi in una fase costituente.
Al fine di fugare ogni dubbio su possibili intenti dilatori, avevo proposto a quella assise – ottenendo il suo consenso – di svolgere il congresso regionale tra la fine di febbraio ed i primi di marzo del 2009, ovvero in una data precedente rispetto a quella – a tutt’oggi non fissata – del congresso nazionale.
Rispetto a tale impegno, per quanto mi riguarda, non è mai cambiato, né può cambiare nulla.
E – come ho già affermato nella riunione assembleare del 13 dicembre scorso – ribadisco che chiunque mi abbia attribuito intenti dilatori – sull’approvazione dello statuto o sugli adempimenti congressuali – ha probabilmente confuso i suoi intendimenti con i miei.
Rinnovo, quindi, l’auspicio che la Direzione regionale approvi un’ipotesi di regolamento congressuale che ci consenta, comunque, di celebrare tale assise nelle scadenze già previste.
Ribadito, ancora una volta, il rispetto che nutro nei confronti dell’Assemblea – che è sovrana sull’approvazione di tale atto – non voglio nascondervi di aver comunque condiviso le preoccupazioni di quanti vedevano in alcune norme
contenute nella prima bozza dello statuto delle soluzioni destinate ad indebolire un
partito che ha bisogno di rinnovarsi, ma soprattutto di rafforzarsi, amplificando la sua capacità di attrarre e di includere, piuttosto che quella di escludere.
Magari l’intenzione di alcuni costituenti era, inizialmente, solo quella di provocare una giusta riflessione su alcune questioni irrisolte del cosiddetto rinnovamento generazionale, ma l’impressione che in tanti hanno avuto è che siano state immaginate delle norme contra personam… che non potevano certamente passare inosservate o lasciare indifferenti.
So che molti passi avanti sono stati compiuti rispetto alla prima stesura del documento e colgo l’occasione per ringraziare i componenti della Commissione Statuto per la loro disponibilità al confronto.
E sono certo che, pertanto, il compito che oggi la Direzione è chiamata a svolgere su questo argomento risulterà molto più agevole.
Non possiamo, comunque, dimenticare che il Paese vive un momento che non è esagerato definire drammatico: di fronte al continuo impoverimento delle famiglie, all’aumento del tasso di disoccupazione, ad una diffusa insicurezza sul futuro, commetteremmo un errore imperdonabile se ci concentrassimo sulle nostre vicende statutarie o regolamentari considerandole questioni fondamentali o problemi su cui appassionarsi oltre misura.
Siamo ormai in vista del traguardo finale di questo travagliato percorso che ci sta portando a definire la costruzione – anche in Sicilia - di un soggetto politico nuovo.
E’ importante, quindi, che in tutti noi prevalga la volontà di affrontarlo con determinazione, ma anche con la consapevolezza che il partito è uno strumento e non il fine ultimo dell’agire politico.
Dare corpo ed anima al PD sarà importante nella misura in cui questo partito riuscirà ad interpretare e rappresentare ansie, bisogni ed aspirazioni della gente.
Con questo spirito, a mio avviso, dobbiamo affrontare l’ultimo miglio della fase costituente.
Con l’aspirazione di consegnare al nuovo segretario ed alla nuova classe dirigente un partito organizzato, presente sul territorio, animato da uomini e donne che non hanno ancora perso la voglia di impegnarsi in prima persona per costruire un futuro migliore.
Un futuro migliore per l’Italia, per la Sicilia e – perché no – anche per il Partito Democratico".